La libia che ho conosciuto

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 “A Líbia que eu conheci” – La Libia che ho conosciuto

 

Inviato da cambiailmondo ⋅ 11/11/2011

TRADUZIONE INTEGRALE dall’originale di Georges Bourdoukan 
ex-direttore de “O Globo”, San Paolo del Brasile
http://blogdobourdoukan.blogspot.com/

 

Nelson Mandela,dopo che fu liberato, andò subito in Libia per ringraziare a nome del popolo sudafricano, per il sostegno di Gheddafi contro il regime dell’aparheid.
Sono stato in Libia nel settembre del 1979, in occasione del decimo anniversario della rivoluzione che aveva portato Gheddafi al potere. Mi accompagnò in quell’occasione il cameraman Luis Manse e operatore Nagra Nelson Belo. Eravamo lì per la Rete Globo, di cui ero al tempo, il direttore di San Paolo.
Prima sorpresa. L’hotel, dove il governo ci aveva mandato, era interamente occupato da diplomatici. Chiesi all’ambasciatore del Brasile il motivo di questa concentrazione.

1)

La risposta mi sorprese ancora di più.

Nella Libia di Gheddafi gli affitti sono stati vietati.”

Ai libici che non avevano una propria casa, era necessaria solo una richiesta e il governo provvedeva immediatamente alla costruzione di una apposita casa per il richiedente.

Il paese era un enorme cantiere.

E ancora: Una legge, LA LEGGE DEL MATERASSO, stabiliva che ogni cittadino libico che sapesse dell’esistenza di una casa in affitto, gettando un materasso nel cortile di quella casa, ne acquisiva l’utilizzo.

Molte ambasciate avevano “sofferto” di questa legge da quando erano state occupate da cittadini libici.

L’ambasciatore mi spiegò che anche l’ambasciata brasiliana non era rimasta immune da questa legge.

Un autista libico che vi lavorano disse ad un amico che non aveva ancora una casa, che l’edificio dove era situata l’Ambasciata brasiliana, era in realtà affittata poiché apparteneva ad un italiano che era tornato in Italia dopo l’ascesa al potere di Gheddafi.

Immediatamente il suo amico gettò un materasso nel cortile sostenendone la proprietà.

Il governo libico dovette intervenire per evitare problemi ulteriori. Il Brasile finì per mantenere l’ambasciata, e il cittadino libico ottenne comunque una nuova casa.

Tutto questo accadeva negli anni ’70, quando la Libia era una potenza ricchissima, con solo 3 milioni di abitanti, su quasi 1,8 milioni di chilometri quadrati.

Ai libici, per legge, era vietato di lavorare alle dipendenze di stranieri.

Chi non fosse comunque disposto a lavorare riceveva un valore equivalente di oggi, pari a circa 7.000 dollari al mese.

Inoltre, medico, ospedale e farmaci, era tutto gratis.

Nessuno pagava gli studi e chiunque voleva migliorare la propria formazione al di fuori del paese otteneva una consistente una borsa di studio.

Ho incontrato molti dei libici che utilizzarono questa possibilità in Francia, Italia, Spagna e Germania e in altri paesi dove sono stato come giornalista.

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La bella Tripoli prima dell’invasione degli Stati Uniti e la NATO

2)

Siamo a Tripoli, nel settembre del 1979.

Quella notte quasi non riuscivo a dormire.

Nell’ albergo, oltre a diplomatici e giornalisti ci sono anche delegazioni provenienti da paesi africani di lingua portoghese. Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Capo Verde, ecc.

Erano loro che non mi permettevano di prendere sonno in quanto, sapendo che avrei avuto un incontro con Gheddafi il giorno dopo, mi avevano chiesto ulteriori spiegazioni sul socialismo libico.

Mi dissero che non avevano mai visto niente di simile. Nemmeno nei libri.

Erano stupiti dalla legge del materasso (case per tutti), con assistenza medica, farmaci e istruzione tutto gratis.

E perché nessuno fosse costretto a lavorare (soprattutto per le compagnie straniere), in Libia si poteva continuare a ricevere un salario garantito “fantastico” secondo le parole di un angolano.

Promisi loro di cercare di ottenere una risposta, dal momento che, infatti, avrei potuto parlare con Gheddafi, ma sapevo anche che era imprevedibile e spesso i giornalisti erano lasciati attendere all’infinito.

In primo luogo, volevo sapere perché le porte degli appartamenti dell’ hotel non avessero serrature.

Così tutti potevano entrare nella casa di tutti e infatti i nostri appartamenti furono continuamente “visitati”.

Chiesi al direttore dell’hotel la ragione per la mancanza di serrature.

Mi rispose che non c’erano i ladri in Libia come “durante la colonizzazione italiana e quindi le serrature potevano essere sacrificate”.

Ma un diplomatico mi aveva spiegato che la mancanza di serrature era per “consentire” agli agenti del governo di poter venire in qualsiasi momento del giorno e della notte per vedere se non ci fossero donne “invitate” negli appartamenti.

Secondo il diplomatico, i libici dicevano che fino ad allora, durante la colonizzazione italiana e il regno di re Idris, gli hotel erano serviti solo per le orge”.

Il giorno dopo mi preparo per l’incontro con Gheddafi.

Manse, con la sua macchina fotografica e Belo, con il suo registratore, Nagra accanto a me aspettando l’ascensore.

Con una faccia assonnata, si era lamentato che i loro appartamenti erano stati “penetrati” tre volte fino all’alba ed era stato un bello spavento.

La vettura inviata dal governo era in attesa all’ingresso, ma Manse aveva voluto prendere un altro caffè.

Salii in macchina e aspettai.

Cinque minuti dopo Luis Manse, con la sua inseparabile macchina fotografica arrivò da solo.

Chiesi di Belo e lui risponse che immaginava fosse già arrivato.

Chiesi all’uomo della nostra scorta se avesse visto il nostro compagno.

Lui si recò immediatamente al portiere a chiedere.

Un bel ragazzo rispose che aveva visto Belo accompagnato da due agenti in divisa sulla strada verso la piazza che era a circa cinquanta metri dall’Hotel.

Ero preoccupato, pensando al peggio.

Un giornalista accompagnato dalla polizia, in Brasile, non è mai stato di buon auspicio.

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Gheddafi al lato del suo eterno idolo, il Presidente dell’Egitto, Nasser

3)

Belo e due poliziotti erano in piedi accanto a una scintillante Mercedes Benz nuova.

Chiesi cosa stesse succedendo.

Un ufficiale mi rispose che il mio compagno non smetteva di indicare la chiave dell’auto inserita nel cruscotto. E non ne capivano il motivo, perchè Belo non parlava arabo né loro conoscevano la “brasiliana”.

Quindi era per questo che avevano lasciato l’hotel insieme.

Niente di cui preoccuparsi.

Belo mi spiegò il motivo e io lo tradussi alla polizia: nel vedere la chiave inserita nel cruscotto, era preoccupato che qualcuno avesse potuto rubare l’auto.

I due ufficiali cominciarono a ridere e dissero che era una macchina abbandonata.

Era una consuetudine nel paese.

A chi non piaceva abbastanza la propria auto l’ abbandonava con la chiave all’interno. Così che un’altra persona poteva prenderla.

Questa era la Libia dell’epoca.

Nessuna povertà, un sacco di ricchezza e abbondanza per tutti.

Questo si poteva osservare anche nelle singole persone.

Gli anziani, che avevano vissuto sotto il dominio dei colonialisti e durante la monarchia, erano sofferenti, corpi asciutti e magri.

I bambini e i giovani apparivano sani e felici.

Giusto per darvi un’idea della Libia di allora, sotto Gheddafi, tutto costava più o meno l’equivalente di 3 dollari.

C’erano giganteschi supermercati, ma nulla era venduto al dettaglio.

Chi volesse il riso, per esempio, pagava 3 dollari per sacchi di 50 chili.

Tutto era su questa base.

Visitammo il parco industriale di Tripoli, e chiesi di vedere una industria tessile.

Chiesi come fosse il rapporto con i clienti e un tecnico tedesco che era lì per costruire i telai, si mise a ridere.

I libici sono pazzi,” disse. Aggiunse: “qui non vendono niente al metro, vendono proprio tutto il pezzo di tela. Basta entrare in fabbrica e chiedere. ”

Chiesi il prezzo del pezzo di tela: 3 dollari un pezzo di 50 metri …

Ma se, per esempio, si voleva comprare una cravatta, il prezzo minimo di una singola cravatta era l’equivalente di 200 dollari.

Una pipa, 300 dollari.

Cioè, ogni prodotto che ricordasse i coloni e, di conseguenza, rappresentasse o suggerisse il consumo superfluo, era fortemente tassato.

L’alcool, neanche da pensare. Arresto immediato.

Ed è quello che accadde a due giornalisti argentini, la cui “furbizia” li portò ad una nave ancorata al porto, per acquistare una cassa di whisky.

Uno dello staff dell’hotel annusò il loro fiato e li denunciò.

Certo, non furono arrestati perché erano ospiti del governo.

Ma non poterono intervistare nessuno, tanto meno il Gheddafi …

E sapemmo questo solo perché l’ambasciatore del Brasile, una figura simpaticissima, una notte ci invitò all’Ambasciata e là, ci offrì un whisky di non so quanti anni (custodito in una cassaforte), che Belo e Manse trovarono delizioso.

Naturalmente bevvi anch’io un sorso, anche se odio il whisky.

Ricordo la marca, l’anno.
Ho sempre ricordato il sapore di iodio.

Naturalmente non avremmo rifiutato la premura e il consiglio dell’ambasciatore.
Non far schioccare la lingua perché sarebbe stato troppo evidente.
Prima di lasciarci, l’ambasciatore ci diede un gallone di latte per ciascuno, perché il latte mascherasse l’alito del nostro respiro.

Sulla porta, chiesi all’ambasciatore se poteva darci una testimonianza.

Gheddafi è un genio”, disse.

Sorpreso dell’espressione, chiesi.

Lei considera il signor Gheddafi un genio?”

Sì! Un genio!”

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4)

Quindi Lei pensa che Gheddafi sia un genio?”

Sì! – rispose l’ambasciatore -. Un genio! E domani lei ne avrà una prova.”

Non capii.

Domani ci sarà una parata per celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione. Assista e guardi bene se mi sbaglio.”

Il giorno dopo spuntò glorioso. Ed ero preoccupato.

Se il paese si ferma per commemorare il decimo anniversario della Rivoluzione, Gheddafi avrebbe trovato il tempo per l’intervista?

Le persone affollavano la piazza e le strade dove si sarebbero svolte le sfilate.

Una cosa attirò la mia attenzione.

C’erano migliaia di ragazze in uniforme militare pronte per la parata.

Sorridevano di un sorriso che solo gli adolescenti hanno.

Impressionante la loro gioia.

Era così che Gheddafi aveva liberato le donne, che in precedenza non potevano uscire dalla porta di casa e nemmeno togliere quei vestiti che coprivano il loro corpo da cima a fondo, mi confidò l’ambasciatore.

Non è un genio?”

Queste adolescenti uscivano di casa molto presto la mattina con la divisa militare e tornavano alle loro case nel corso della giornata. Solo loro non dormivano in caserma.

E hanno il permesso di non togliere mai la loro divisa.

Dopo il servizio militare non potranno mai tornare a vestirsi come prima.

Ecco perché le donne libiche si vestivano come le donne occidentali.

Ma a volte incontravamo anche donne in abiti tradizionali.

Dopo la sfilata, un funzionario del governo mi disse che Gheddafi non ci avrebbe più ricevuto a Tripoli, ma a Bengasi, la bella città del Mediterraneo.

E all’alba tentammo di percorre le 600 miglia che separano le due città.

Imparai, quel giorno, che l’elettricità che illumina il paese è gratis.

Nessuno riceve il conto della bolletta, sia di casa o del proprio negozio.

E coloro che hanno attitudine per gli affari, possono ottenere le risorse della banca dello Stato senza pagare un centesimo di interesse.

L’ampia distribuzione della ricchezza del paese alla sua popolazione, in nome dell’Islam, aveva creato un serio problema per altri paesi musulmani, in particolare con l’Arabia Saudita.

E da allora, mai Gheddafi tenne in considerazione i leader sauditi che accusò di aver preso possesso di un Paese che non apparteneva loro e di essere “infedeli che avevano profanato il vero Islam”.

Hanno scambiato il Profeta con il petrolio.”

Per la prima volta il Corano veniva utilizzato (da Gheddafi) contro coloro che si dicevano essere i suoi difensori e interpreti.

I sauditi, spalle al muro, potevano solo dire che era un “comunista”.

Gheddafi rispondeva che lui stava semplicemente seguendo il Corano alla lettera.

Diverse rivolte cominciarono a scoppiare in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo.

Stati Uniti e media associati cominciarono a rimboccarsi le maniche….

Era necessario difendere il vassallo Arabia Saudita e trasformare Gheddafi in un paria.

Sulla via del ritorno in albergo, mi imbattei in rivoluzionari del Sud Africa che erano in Libia per cercare fondi per combattere l’apartheid.

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5)

Parliamo francamente.

Stavo cercando di realizzare un programma che difficilmente sarebbe stato messo in onda.

A quel tempo il “Globo Reporter” registrava un vasto pubblico, tra i 50 ei 65 anni, con un picco a 72.
Inoltre, vivevamo sotto il tallone della dittatura.

Ma dal momento che eravamo lì, dovevamo utilizzare l’occasione e vedere poi come sarebbe andata.

Nella notte in albergo, qualcuno aprì la porta e mi chiese se potevo parlare un po ‘.

E ‘stato il capo della delegazione della Guinea-Bissau ed era eccitato. “Mai immaginato di conoscere un paese come la Libia”.

Mi chiese come era stato il mio incontro con Gheddafi.

Risposi che l’incontro sarebbe stato il giorno dopo a Bengasi.

Mentre parlavamo, un “ufficiale” del governo entrò nella stanza e ci salutò con un sorriso.

Una rapida occhiata e un sorriso da assistente di volo, ci ringraziò e se ne andò.

Appena 10 minuti passarono e la porta si aprì di nuovo. Un giornalista di Rio de Janeiro, il mio vicino di stanza entrò disperato.

Una Coca-Cola per amor di Dio! Il mio regno per una Coca-Cola| Sto andando giù in fondo, alla lobby, qualcuno deve dirmi dove posso acquistare in questo paese di maniche al vento, una coca cola!”

Non aspettò neanche l’ascensore. Si precipitò giù di corsa per le scale.

E’ un pò matto il tuo vicino” mi confidò quello della della Guinea-Bissau. E poi ha anche offeso Shakespeare.

Poi mi rivelò di aver incontrato molti rivoluzionari provenienti da diversi paesi che si trovavano in Libia in cerca di risorse.

Anche sudafricani.

Hanno consegnato una lettera di Nelson Mandela a Gheddafi chiedendogli di non dimenticare i loro fratelli africani”, disse felice, il che implicava che erano rimasti soddisfatti.

Ancora una volta l'”ufficiale”, con il sorriso da assistente di volo entra sorridente. Questa volta per invitarci a scendere nel salone dell’hotel per vedere un film sugli “orrori” dell’epoca coloniale.

In realtà non si trattava di un film, ma di un documentario di 15 minuti e se l’idea era che il pubblico si indignasse, l’effetto fu l’opposto.

Il documentario mostrava le notti di Tripoli. Ragazze mezze nude, a piedi per le strade, alla ricerca di clienti, bordelli, cabaret, bevande alcoliche, e così via.

Peggio ancora, alla fine della proiezione, gli applausi da parte del pubblico, per lo più giornalisti, chiedendo il ritorno della colonizzazione …

Quella sì che era una bella epoca”, disse il giornalista di Rio, e il compagno di Minas Gerais aggiunse: “Questo papà che neanche la Coca-Cola ha”

Alle quattro del mattino ci svegliammo. Da Tripoli direttamente all’aeroporto di Bengasi, dove finalmente andammo a intervistare Gheddafi.

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“Sopravviverò al mio boia” – Omar Moukhtar l’eroe nazionale della Libia, arrestato e picchiato dai colonialisti italiani

6)

Quando atterrammo a Bengasi, la bella Bengasi, le splendide spiagge erano ornate di palme.

Stavamo lì, come coqueiros, sulle spiagge del nord-est brasiliano.
Cogliendo e mangiando datteri dolcissimi.

Un giornalista svizzero che era arrivato a Bengasi una settimana prima, mi disse che non dovevo perdermi un matrimonio. Uno qualsiasi, disse.

Era rimasto veramente colpito dei festeggiamenti ma quello che lo aveva lasciato più impressionato era che gli sposi dopo la cerimonia, ricevevano una busta del governo con l’equivalente di 50.000 dollari come regalo per la futura famiglia.

Beh, questa era la Libia che poche persone conoscevano e che i media occidentali facevano di tutto per non far conoscere.

E non avrebbero potuto farlo perchè, come spiegare ai loro lettori che un giovane colonnello era salito al potere e che non aveva utilizzato la ricchezza per proprio beneficio?

Al contrario.

Che aveva condiviso la ricchezza con la popolazione del paese.

Che non voleva vedere nessuno senza casa, o con la fame, ignorante e senza molte altre cose.

Io, naturalmente, non avevo dubbi di concentrare la mia intervista proprio su questi punti.

Ma prima dell’intervista, partecipammo a tre feste con musicisti provenienti da diversi paesi.

E c’erano dolci.

E c’erano succhi.

E neanche un “uisquinho”, si lamentarono alcuni giornalisti che sinceramente credo che fossero lì senza sapere perché e per che cosa.

Le feste si svolgevano nelle tende beduine, cosa che Gheddafi ha sempre apprezzato.

Finalmente faccia a faccia con Gheddafi.

Nella sua tenda.

Sembrava stanco.

Alcuni degli argomenti trattati:

1- Socialismo libico;
2- Istruzione;
3- Riforma agraria;
4- Casa
5- Movimento dei non allineati
6- Panarabismo
7- Socialismo cinese, sovietico, cubano;
8- Appoggio ai movimenti rivoluzionari;
9- Che Guevara;
10-Stati Uniti;
11-Brasile;
12-Liberazione della donna
13-Reincarnazione di Omar Moukhtar.

L’intervista, che avrebbe dovuto essere di 40 minuti, durò più di due ore e avremmo passato la notte conversando se non fosse stato continuamente sollecitato per altri impegni.

Naturalmente il Globo pensò bene che fosse meglio non pubblicarla e metterla in onda, perché avrebbe potuto offendere la dittatura.

Fu fatta una proposta per un programma di 15 minuti da mandare in onda su “Fantastico”.

Preparammo la riedizione, ma il programma sarebbe stato poi bandito dai censori ufficiali della dittatura (civil-militar-mediatica).

Tutta colpa della dittatura.

È vero?

Oh Dio! O Terrra! Quando ci libereremo di questo sistema marcio?

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LA LIBIA CHE HO CONOSCIUTO – Finale

Qual è stato il grande errore di Gheddafi?

Non ho alcun dubbio.

Ha ceduto (si è fidato) all’area euro-americana e ha rinunciato alla sua bomba atomica.

I pacifisti mi perdonino.

Non si tratta di incoraggiare la produzione di testate nucleari, ma di dissuasione.

Il Brasile che trovi il modo e cominci a costruire la sua.

In caso contrario, i media brasiliani stessi, associati con l’Impero, faranno di tutto perchè il paese sia invaso e occupato.

Gheddafi non è diventato ricco, come i produttori di petrolio del Golfo Persico.

Ha ripartito la ricchezza del paese con la popolazione.

Supportato tutti i movimenti rivoluzionari di sinistra nel mondo.

Anche i brasiliani.

In nessun momento ha dimenticato la popolazione nera dell’Africa.

Nè il Sud Africa, dove, in segno di gratitudine, un nipote di Nelson Mandela si chiama Gheddafi.

Quando Nelson Mandela divenne il primo presidente del Sud Africa nel 1994, l’allora Presidente USA Bill Clinton fece di tutto per fermare Mandela per la quasi quotidiana gratitudine a Gheddafi per il suo appoggio alla lotta dei rivoluzionari africani.

Coloro che sono irritati della nostra amicizia con il Presidente Gheddafi può fare un salto in piscina”, disse Mandela.

Il presidente Yoweri Museveni dell’Uganda ha detto che “qualunque siano stati i difetti di Gheddafi, è stato un vero nazionalista. Preferisco i nazionalisti ai burattini nelle mani di interessi stranieri.”

E ancora:

Gheddafi ha dato un contributo importante alla Libia, all’Africa e al Terzo Mondo. Dobbiamo ricordare che, come parte di questo visione di indipendenza, ha cacciato le basi militari britanniche e statunitensi dalla Libia dopo la presa del potere”.

Inoltre, l’ex leader libico ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’Unione africana (UA).

Il coordinatore principale della guerra contro la Libia, Hillary Clinton è andata in Africa predicando apertamente l’omicidio di Muammar Gheddafi.

Siccome non c’è riuscita, ha cominciato a reclutare mercenari.

Sono stati proprio questi mercenari, tra cui gli squadroni della morte provenienti dalla Colombia, che hanno combattuto in Libia. E questi terroristi non sono stati ovviamente decimati dal Nord Atlantic Terrorist Organization (NATO) e degli Stati Uniti.

Per chi ha voglia di fare qualche ricerca, quando Gheddafi nazionalizzò le compagnie petrolifere e le banche, i media occidentali si riferivano a lui come il “Che Guevara arabo”.

Prima di essere deposto e linciato dai mercenari sotto il comando dei terroristi della NATO e degli Stati Uniti, la Libia aveva il più alto tasso di sviluppo umano in Africa, e comunque superiore a quella del Brasile.

In pochi sanno che nel 2007 ha inaugurato il più grande sistema di irrigazione del mondo.

Ha trasformato il deserto (95% della Libia) in fattorie per la produzione di alimenti.

Cosi chè quando salì al potere chi tra i libici voleva produrre cibo riceveva terra, attrezzature, sementi e 50.000 dollari per sopravvivere fino al primo raccolto.

Fu una riforma agraria totale e senza restrizioni.

Egli si è prodigato anche per la creazione degli Stati Uniti d’Africa (USA) a rivaleggiare con gli Stati Uniti (d’America) e con l’Unione europea.

Ha combattuto per unificare l’Africa: “Vogliamo truppe africane a difendere l’Africa. Vogliamo una moneta unica. Noi vogliamo un passaporto africano.”

Purtroppo dimenticò la bomba atomica. E ha pagato per questo.

Le nazioni che vogliono emanciparsi, dovranno rifletterci.

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Il testo originale

Estive na Líbia em setembro de 1979, por ocasião do décimo aniversario da Revolução que levou Kadafi ao poder.
Me acompanharam na ocasião o cinegrafista Luis Manse e o operador de Nagra Nelson Belo, Belo ( por onde andarão?).
Estávamos ali pelo Globo Repórter, do qual eu era o diretor em São Paulo.

Primeira surpresa. O hotel, para onde o governo nos enviou, estava totalmente ocupado por diplomatas.
Perguntei ao embaixador do Brasil a razão dessa concentração.
A resposta me surpreendeu ainda mais.
Na Líbia de Kadafi, os aluguéis estavam proibidos.
Os líbios que não tivessem casa, era só solicitar que o governo imediatamente providenciava a construção de uma.

O pais era um imenso canteiro de obras.

E mais: Uma lei em vigor, A LEI DO COLCHÃO, determinava que, qualquer cidadão líbio que soubesse da existência de casa alugada, era só atirar um colchão no quintal que a casa passava a ser sua.

Inúmeras embaixadas sofreram com essa lei já que foram ocupadas por líbios.

O próprio embaixador me contou na ocasião que a embaixada brasileira não ficou imune a essa lei.

Um motorista líbio que ali trabalhava informou a um amigo que ainda não tinha casa, que a embaixada do Brasil era alugada.

Imediatamente esse amigo atirou um colchão e reivindicou a propriedade( uma mansão que pertencia a um italiano que retornou à Itália apos a subida ao poder de Kadafi).

O governo líbio precisou intervir para evitar maiores dissabores.

O Brasil acabou ganhando a embaixada e o líbio uma casa nova.

Isto tudo aconteceu na década de 70, quando a Líbia era uma potência riquíssima, com apenas 3 milhões de habitantes, em quase 1.800.000 quilômetros quadrados.

Os líbios, por lei, eram proibidos de trabalhar como empregados de estrangeiros.

O líbio que não quisesse trabalhar recebia o equivalente, valores de hoje, a cerca de 7 mil dólares por mês.

E mais: médico, hospital e remédios era tudo de graça.

Ninguém pagava escola e o líbio que quisesse aperfeiçoar seus estudos fora do país ganhava uma substancial bolsa.

Conheci muitos desses líbios na França, Itália, Espanha e Alemanha, e outros países onde estive como jornalista.

———————

Estamos em Tripoli, ano 1979.

Esta noite quase não consegui pegar no sono.

No hotel onde estava hospedado, alem dos diplomatas e alguns jornalistas, estavam também delegações de países africanos de língua portuguesa.

Angola, Moçambique, Guiné-Bissau, Cabo Verde, etc.

E foram eles que não me deixaram pegar no sono já que, sabendo que eu teria um encontro com Kadafi no dia seguinte, queriam que eu lhe pedisse mais explicações sobre o socialismo Líbio.

Disseram que nunca haviam visto algo igual. Nem mesmo em livros.

Ficaram admirados com a Lei do Colchão (veja post abaixo), com a assistência medica, remédios e educação tudo gratuito.

E pelo fato de ninguém ser obrigado a trabalhar na Líbia e mesmo assim receber uma remuneração “ fantástica” no dizer de um angolano.

Prometi que tentaria obter uma resposta, desde que, de fato, eu conseguisse falar com Kadafi, por saber que ele era imprevisível e não poucas vezes deixou jornalistas aguardando ad infinitum.

Antes, preciso esclarecer que as portas dos apartamentos dos hotéis não possuíam fechaduras.

Por isso todos podiam entrar no apartamento de todos razão pela qual nossos apartamentos eram sempre “visitados”.

Perguntei ao gerente do hotel a razão da falta de fechaduras.

Respondeu que na Líbia não havia ladrões como na “época da colonização italiana e por isso as fechaduras eram prescindíveis”.

Mas um diplomata me esclareceu que a falta de fechaduras era para que os “fiscais” do governo pudessem entrar a qualquer hora do dia ou da noite para ver se não havia mulheres “convidadas” nos apartamentos.

Porque, prosseguiu o diplomata, os líbios até hoje falam que durante a colonização italiana e o reinado de Idris, os hotéis serviam apenas para orgias”.

No dia seguinte me preparo para o encontro com Kadafi.

Manse, com a sua câmera e Belo com seu gravador Nagra me aguardavam ao lado do elevador.

Com cara de sono, reclamaram que seus apartamentos foram “penetrados” umas três vezes de madrugada e foi um susto só.

O carro enviado pelo governo nos esperava na entrada, mas Manse queria tomar mais um cafezinho.

Entrei no carro e aguardei.

Cinco minutos depois Luis Manse, com sua inseparável câmera chegava sozinho.

Perguntei pelo Belo, ele disse que o imaginava comigo.

Perguntei ao nosso acompanhante se ele havia visto o nosso companheiro.

Imediatamente ele foi à portaria perguntar.

Um rapaz simpático respondeu que tinha visto Belo acompanhado por dois policiais uniformizados a caminho da praça que ficava a uns cinqüenta metros do hotel.

Fiquei preocupado, imaginando o pior.

Jornalista acompanhado por policiais no Brasil nunca era um bom augúrio.

——————–

3)

Belo e os dois policiais estão parados ao lado de um reluzente carro Mercedes Benz novinho em folha.

Perguntei o que estava acontecendo.

Um dos policiais me disse que o meu companheiro não parava de apontar a chave do carro na ignição. E que eles não sabiam a razão, pois Belo não falava o árabe e nem eles o “brasileiro”.

Então era por isso que eles saíram juntos do hotel.

Nada preocupante.

Belo me explicou e eu traduzi para o policial que ele, ao ver a chave na ignição, ficou preocupado de alguém roubar o carro.

Os dois policiais começaram a rir e disseram tratar-se de um carro abandonado.

Era um costume no país.

Quem não gostasse do carro bastava abandoná-lo com a chave dentro. O interessado podia levá-lo.

Essa era a Líbia da época.

Muita fartura, nenhuma miséria e a abundância ao alcance de todos.

Alias isso podia se observar nas pessoas.

Os mais velhos, que viveram sob o domínio dos colonialistas e durante a monarquia, eram pessoas alquebradas, corpo seco.

As crianças e os jovens eram saudáveis e alegres.

Só para se ter uma idéia da Líbia sob Kadafi, tudo custava mais ou menos o equivalente a 3 dólares.

Havia supermercados gigantescos, mas nada era vendido a varejo.

Quem quisesse arroz, por exemplo, pagava 3 dólares pelo saco de 50 quilos.

Tudo era nessa base.

Fomos visitar o parque industrial de Trípoli e eu pedi para conhecer uma tecelagem.

Perguntei como era a relação com os clientes e um técnico alemão que ali se encontrava para montar o maquinário, começou a rir.

Os líbios são loucos”, me disse. E completou: “eles não vendem nada aqui por metro, somente a peça inteira. E para qualquer um que entrar na fábrica e pedir”.

Perguntei o preço da peça: 3 dólares a peça de 50 metros…

Mas se você, por exemplo, quisesse comprar uma gravata, qualquer uma, o preço mínimo era o equivalente a 200 dólares.

Um cachimbo, 300 dólares.

Ou seja, todo produto que que lembrasse os colonizadores e, de acordo com eles, representasse ou sugerisse consumo supérfluo, era altamente taxado.

Bebida alcoólica, nem pensar. Dava prisão sumária.

E foi o que aconteceu com dois jornalistas argentinos, cuja “esperteza” os remeteu ao porto e ali compraram de um cargueiro, uma garrafa de uísque.

Um dos funcionários do hotel sentiu o bafo e os denunciou.

É verdade que eles não foram presos, porque eram convidados do governo.

Mas não puderam entrevistar ninguém, muito menos o Kadafi…

E nós só soubemos disso porque o embaixador do Brasil, uma figura simpaticíssima, uma noite nos convidou para a Embaixada e, ali, nos ofereceu um uísque de não sei quantos anos (guardado a sete chaves num cofre), que Manse e Belo acharam delicioso.

Claro que eu também bebi um gole, apesar de detestar uísque.

Seja de que marca for, de que ano for.

Sempre me lembrou o gosto de iodo.

Evidentemente não faria uma desfeita ao embaixador tão solícito.

Não estalei a língua porque aí seria demais.

Antes de nos despedirmos, o embaixador nos ofereceu um litro de leite para cada um, pois segundo ele o leite disfarçaria o nosso hálito.

Na porta, perguntei ao embaixador se ele poderia nos dar um depoimento.

O Kadafi é um Gênio”, respondeu.

Surpreso, perguntei.

O senhor considera o Kadafi um Gênio?

Sim! Um Gênio!

——————–

4)
Então o senhor considera Kadafi um Gênio?

Sim! Respondeu o embaixador. Um Gênio! E amanhã o senhor vai ter uma prova disso.

Não entendi.

Amanhã vai haver um desfile em comemoração ao décimo aniversario da Revolução. Assista e veja se não tenho razão.

O dia seguinte amanheceu glorioso. E eu já estava preocupado.

Se o país vai parar para comemorar o décimo aniversário da Revolução, será que Kadafi vai encontrar tempo para a entrevista?

A população lotava a praça e as ruas onde seriam realizados os desfiles.

Um fato me chamou a atenção.

Havia milhares de meninas adolescentes com uniformes militares prontas para o desfile.

Sorriam um sorriso que somente as adolescentes possuem.

Impressionante a sua alegria.

Foi assim que Kadafi libertou as mulheres, que antes não podiam atravessar a porta de casa e nem tirar as vestimentas que cobriam seu corpo de cima abaixo, me confidenciou o embaixador.

É ou não um gênio?

Essas adolescentes saem de casa bem cedinho usando o uniforme militar e retornam para suas casas no fim do dia. Elas só não dormem no quartel.

E têm autorização para não tirar o uniforme.

Depois do serviço militar elas jamais voltam a se vestir como anteriormente.

Então é por isso que as mulheres líbias se vestem como as ocidentais?

Mas vez ou outra deparamos com mulheres com roupas tradicionais.

Terminado o desfile, um membro do governo me diz que Kadafi nos receberia não mais em Trípoli, mas em Benghazi, a bela cidade mediterrânea.

E que nos buscariam de madrugada pra viajarmos os 600 quilômetros que separam as duas cidades.

Fico sabendo nesse dia que a energia elétrica que ilumina o país é de graça.

Ninguém recebe a conta de luz, seja em casa ou no comércio.

E quem tiver aptidão para empresário, pode buscar os recursos necessários no banco estatal e não paga nenhum centavo de juros.

A divisão da riqueza do país com sua população, em nome do islamismo, criou um sério problema para os demais países muçulmanos, principalmente Arábia Saudita.

E desde então, Kadafi nunca poupou os dirigentes sauditas que acusou de terem se apossado de um país que jamais lhes pertenceu e de serem “infiéis que conspurcavam o verdadeiro islamismo”.

Trocaram o Profeta pelo petróleo”.

Pela primeira vez usava-se o Alcorão contra aqueles que se diziam seus defensores.

Os sauditas, acuados, só conseguiam dizer que ele era “comunista”.

Kadafi respondia que ele apenas seguia o Alcorão ao pé da letra.

Várias revoltas começaram a eclodir na Arábia Saudita e países do Golfo.

Estados Unidos e mídia associada começaram a arregaçar as mangas.

Era preciso defender a vassala Arábia Saudita e transformar Kadafi num pária.

Na volta ao hotel, dou de cara com revolucionários da África do Sul. Estavam na Líbia em busca de fundos para lutar contra o apartheid.

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5)
Vamos falar francamente.

Eu estava me esforçando para realizar um programa que dificilmente seria exibido.

Naquela época o Globo Repórter registrava uma audiência enorme, entre 50 e 65, com pico de 72.

Alem do mais, vivíamos sob o tacão da ditadura.

Mas já que estávamos lá, vamos tocar o barco e ver no que vai dar.

À noite, no hotel, alguém abre a porta e me pergunta se posso conversar um pouco.

Era o chefe da delegação de Guiné-Bissau e estava empolgado. Nunca imaginara conhecer um país como a Líbia.

Perguntou como foi o meu encontro com Kadafi.

Respondi que o encontro seria no dia seguinte em Benghazi.

Enquanto conversávamos, um “fiscal” do governo, entra no quarto e nos cumprimenta sorridente.

Dá uma olhada rápida e com aquele sorriso de comissária de bordo, nos agradece e vai embora.

Mal passaram 10 minutos e a porta novamente é aberta. Um jornalista do Rio de Janeiro, meu vizinho de quarto entra desesperado.

-Uma coca cola pelo amor de Deus. Meu reino por uma coca-cola. Vou descer até saguão, alguém precisa me informar onde consigo comprar coca cola nesse país de birutas.

E nem esperou o elevador. Desceu pela escada mesmo.

-Maluco esse seu vizinho, me confidenciou o guine-bissauense( é assim mesmo que se diz?). E alem do mais ainda ofendeu Shakespeare.

Em seguida ele me revela que conheceu muitos revolucionários de países diferentes que se encontravam na Líbia em busca de recursos.

Inclusive sul africanos.

-Entregaram uma carta de Nelson Mandela para o Kadafi pedindo para ele não esquecer seus irmãos africanos, respondeu feliz dando a entender que eles foram atendidos.

Novamente o “fiscal” com sorriso de comissária de bordo entra. Desta vez para nos convidar a assistir no salão do hotel a um filme sobre os “horrores” da herança colonialista.

Na verdade não era um filme, mas um documentário de 15 minutos e se a idéia era para que a platéia se indignasse, o efeito foi o contrário.

O documentário mostrava a noite em Trípoli. Garotas seminuas andando nas ruas em busca de clientes, “inferninhos”, cabarés, bebidas alcoólicas, muitas bebidas, e por aí vai.

E o pior, terminada a exibição vários aplausos da platéia, principalmente de jornalistas, pedindo a volta dos colonizadores…

Isso sim é que era época boa, exclamou o jornalista carioca, agora ao lado de um colega mineiro que completou: “eta paizinho que nem coca-cola tem”.

Quatro da manhã somos acordados. Do aeroporto de Tripoli seguimos para Benghazi, onde finalmente vamos entrevistar Kadafi.

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6)
[i]“Sobreviverei ao meu verdugo” – Omar Moukhtar o herói nacional da Líbia, preso e arrebentado pelos colonialistas italianos

Quando desembarcamos em Benghazi, a belíssima Benghazi, tamareiras enfeitavam suas praias.

Estavam ali como os coqueiros nas praias do nordeste.

Era colher e comer tâmaras dulcíssimas.

Um jornalista suíço que chegara a Benghazi uma semana antes, me confidenciou que não deveria perder um casamento. Qualquer um, disse.

Estava realmente deslumbrado com a festa e o que o deixou mais impressionado, é que os noivos, depois da cerimônia, recebem um envelope do governo com o equivalente a 50 mil dólares de presente.

Bem, essa era a Líbia que pouca gente conhecia e a mídia ocidental não fazia nenhuma questão de mostrá-la.

E não poderia, pois como explicar a seus leitores que havia ascendido ao poder um jovem coronel que não utilizou a riqueza em benefício próprio?

Pelo contrario.

Havia dividido a riqueza com a população do país.

Que não queria ver ninguém sem teto, sem fome, sem educação e sem
muitas outras coisas mais.

Eu, naturalmente, iria sem dúvida nortear a minha entrevista a partir desses pontos.

Mas antes da entrevista, fomos a três festas com músicos árabes de diversos países.

E haja doce.

E haja suco.

E nem um “uisquinho”, lamentavam alguns jornalistas que, sinceramente, acho que estavam no país sem saber porque e para que.

As festas corriam em tendas beduínas, algo que Kadafi sempre prezou.

Finalmente cara a cara com Kadafi.

Em sua tenda.

Aparentava cansaço.

Alguns dos assuntos discutidos:

1-Socialismo líbio;
2-Educação;
3-Reforma agrária;
4-Moradia
5-Alinhamento
6-Arabismo
7-Socialismo chinês, soviético, cubano;
8-Apoio aos movimentos revolucionários;
9-Che Guevara;
10-Estados Unidos;
11-Brasil;
12-liberação feminina
13-Reencarnaçao de Omar Moukhtar.

A entrevista, que seria de 40 minutos, durou mais de duas horas e creio que passaríamos a noite conversando se ele não fosse a toda hora solicitado.

Naturalmente a Globo achou melhor não colocar o programa no ar, pois poderia melindrar a ditadura.

Foi feita uma proposta para que um programa de 15 minutos fosse ao ar no Fantástico.

Foi realizada a reedição, mas o programa teria sido proibido pelos censores oficiais da ditadura (civil-militar-midiatica.)

Tudo culpa da ditadura.

Será?

Óh céus! óh terrra! Quando nos livraremos desse sistema putrefato?

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A Líbia que eu conheci – Final

Qual foi o grande erro de Kadafi?

Eu não tenho a menor dúvida.

Foi acreditar nos euro-estadunidenses e desistir de sua bomba atômica.

Os pacifistas que me perdoem.

Aqui não se trata de incentivar a produção de ogivas nucleares, mas de persuasão.

O Brasil que tome jeito e comece a produzir a sua.

Caso contrário, a própria mídia brasileira, associada ao Império, fará de tudo para que o país seja invadido e ocupado.

Kadafi não ficou rico, como os produtores de petróleo do Golfo.

Dividiu a riqueza do país com a população.

Apoiou todos os movimentos revolucionários de esquerda do mundo.

Inclusive os brasileiros.

Em nenhum momento esqueceu a população negra da África.

E da África do Sul, onde, em agradecimento, um neto de Nelson Mandela chama-se Kadafi.

Quando Nelson Mandela tornou-se o primeiro presidente da África do Sul em 1994, o então presidente dos Estados Unidos, Bill Clinton fez de tudo para que Mandela parasse com os agradecimentos quase diários a Kadafi pelo seu apoio à luta dos revolucionários africanos.

Os que se irritam com nossa amizade com o presidente Kadafi podem pular na piscina”, respondeu Mandela.

O presidente de Uganda Yoweri Museveni afirmou que “quaisquer que sejam as falhas de Kadafi, ele é um verdadeiro nacionalista. Prefiro nacionalistas do que marionetes de interesses estrangeiros”.

E disse mais:

Kadafi deu contribuições importantes para a Líbia, para a África e para o Terceiro Mundo. Devemos lembrar ainda que, como parte desta forma independente de pensar, ele expulsou bases militares britânicas e americanas da Líbia após tomar o poder”.

Alem disso, o ex-líder líbio também teve papel importante na formação da União Africana (UA).

A principal coordenadora da guerra contra a Líbia, Hillary Clinton, andou pela África pregando abertamente o assassinato de Muamar Kadafi.

Como não teve sucesso, começou a recrutar mercenários.

Alias foram esses mercenários, inclusive os esquadrões da morte colombianos, que lutaram na Líbia. E eles não foram dizimados graças à Organização Terrorista do Atlântico Norte (OTAN) e EUA.

Quem puder pesquisar, quando Kadafi nacionalizou as empresas petrolíferas e os bancos, a mídia Ocidental referia-se a ele com Che Guevara Árabe.

Antes de ser deposto e linchado pelos mercenários a mando dos terroristas OTAN e EUA, a Líbia possuía o maior índice de desenvolvimento humano da África, e até hoje maior que o do Brasil.

E o que pouca gente sabe, em 2007 inaugurou o maior sistema de irrigação do mundo.

Transformou o deserto (95% da Líbia) em fazendas produtoras de alimentos.

Alias, assim que subiu ao poder os líbios que quiseram produzir alimentos receberam terra, equipamentos, sementes e 50 mil dólares para sobreviver até a safra.

Foi uma Reforma Agrária total e irrestrita.

Ele também pressionou pela criação dos Estados Unidos da África(EUA) para rivalizar com os eua e união européia.

Ele lutou por uma África una: “Queremos militares africanos para defender a África. Queremos uma moeda única. Queremos um só passaporte africano”.

Lamentavelmente esqueceu a Bomba Atômica. E pagou por isso.

As nações que querem se emancipar que pensem nisso.[/i]

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FONTE: http://blogdobourdoukan.blogspot.com

 

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